Strappi di Vita, il nuovo libro di Don Claudio Pellegrini

Strappi di vita

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84 anni la penna brillante di don Claudio Nerèo Pellegrini, il prete di Palù di Giovo che ha dedicato la sua vita per trent’anni agli emigrati italiani in Belgio e poi agli operai a Liegi, non si è stancata. Anzi, si ripresenta ai suoi lettori – un pubblico numeroso e anche fedele visto il riconoscimento attribuito a due precedenti libri di racconti datati 2005 e 2011 – con “Strappi di vita”, una raccolta di altri cinque testi, molto diversi fra loro ma tutti riconducibili alla sua frequentazione del mondo dei lavoratori immigrati e delle loro famiglie.

Lo stile

La scrittura solida e densa di Pellegrini, forgiatasi negli studi filosofici a Torino e nei primi anni di pastorale nelle borgate romane. Qui raggiunge una piena maturità: quelle che nelle opere precedenti erano forse ancora delle sperimentazioni trovano in questo libro edito dal marchio nazionale ViTrenD un ritmo avvincente e una misura efficace. Lo stile è sempre ispirato ad un realismo che riesce però a trasformarsi anche in rappresentazione teatrale (non a caso don Claudio si è cimentato anche con testi per il teatro), acquisendo quindi un significato universale, che travalica cronaca e storia.

La capacità del prete trentino di “farsi prossimo” segnano ogni incontro che sta all’origine di questi racconti, contraddistinti dalla fatica del vivere ma attraversati anche dalle venature della speranza.

In “Strappi di vita”, la narrazione non nasce da un esercizio accademico, ma scaturisce dalla vita concreta, provocata da quella che si potrebbe definire una “santa indignazione”, per usare l’espressione cara a Joseph Ratzinger: ovvero la reazione attiva e propositiva di fronte al male presente nel mondo e nel limite umano. Non uno sdegno fine a se stesso, ma il piegarsi sull’uomo ferito per prendersene cura. Scrive Vittorino Rodaro, che ha curato la prefazione, incoraggiato dal comune amico Simone Berlanda: “Nella scrittura di don Claudio non c’è solo la rabbia per le ingiustizie patite dalle persone più fragili e indifese, c’è la delicatezza dei sentimenti e degli sguardi, la forza prorompente della passione e dell’amore”.

Tornano in queste storie temi cari a don Claudio: la patria lontana, gli squilibri sociali, il dialogo intergenerazionale. Suggestivo per i suoi rimandi evangelici è “Il figlio di Maddalena”, mentre folgorante appare il dialogo finale “Mi parlo con la morte” in cui Nedo riflette sulla speranza, “unica compagna della morte”. La speranza “che resta anche dopo di me e di te”.Per saperne di più

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